Venezia – Domani sera il Teatro a l’Avogaria apre il sipario su un’opera che parla proprio di ciò che rimane dopo i mutamenti: le rovine, il vuoto, le ideologie cadute come edifici troppo fragili per reggere al peso dei tempi moderni.
di Maria Laura Melis
Collettivo Lubistsch: sotto questo crollo
“Sotto questo crollo”, firmato dal Collettivo Lubitsch e scritto da Adriano Marenco, già vincitore del Premio Letterario Nazionale La Clessidra e del Premio Internazionale Città di Castrovillari, è molto più di un semplice spettacolo: è un avvertimento, un’allegoria, un teatro che ci guarda dritto negli occhi mentre finge di giocare.
Sul palco, tre figure tragiche e grottesche, il Re del Crollo, Pep e Coro, si muovono tra relitti umani e scenici, in un tempo sospeso che sembra arrivare da un futuro distopico, ma in realtà parla spaventosamente del nostro presente. Sono sopravvissuti, o forse superstiti, della fine di tutto: delle certezze, delle appartenenze, del senso stesso della civiltà. In un mondo ridotto a frammenti, lottano per conquistare il potere su un niente che non promette redenzione.
La scena è spoglia, volutamente ruvida: un albero fatto di pezzi di legno ricuciti alla meno peggio, costumi che sembrano uscire da una processione medievale sgangherata, maschere a metà tra il comico e il terrificante. È una sorta di giullarata post-apocalittica, dove la tragedia si traveste da farsa e la farsa, a tratti, si rivela come la forma più sincera della tragedia.
Il linguaggio scelto da Marenco è tagliente, essenziale, senza concessioni. Non cerca consolazione: cerca verità. E il Collettivo Lubitsch, con Silvio Murari, Nathalie Bernardi e Francesco Balbusso, lo incarna con un’ironia feroce, una fisicità che sembra voler scavare nelle pieghe del pubblico, costringendolo a guardare ciò che resta quando l’apparato sociale implode.
“Sotto questo crollo” è una denuncia poetica che racconta il vuoto di idee, di visioni e di rapporti umani che può seguire a un grande crollo: reale, politico, morale. Lo fa con una forma antica, quasi rituale, che ricorda i giullari ai tempi della peste, quando l’unico modo per dire la verità era ‘travestirla‘ da gioco.




