Venezia (sabato, 20 settembre 2025) – A quasi due anni dall’assassonio di sua figlia Giulia, avvenuta l’11 novembre 2023 a Vigonovo, Gino Cecchettin continua a parlare con lucidità e fermezza del tema che più di tutti lo riguarda: la giustizia. Lo ha fatto ancora una volta ai microfoni di Canale 5, per il programma Dentro la Notizia, in un momento molto importante: tra poche settimane, il 14 novembre 2025, si aprirà infatti il processo d’appello per Filippo Turetta, l’assassino della giovane, già condannato in primo grado per femminicidio.
Di Maria Laura Melis
“Non basta invocarla, serve un vero percorso”
Proprio nei giorni scorsi Turetta, da poco uscito dal regime di carcerazione speciale, è stato aggredito da un altro detenuto, un ergastolano. Un episodio che ha riacceso i riflettori sul suo percorso in carcere e sul tema, delicatissimo, della possibilità di intraprendere una via di giustizia riparativa.
Gino Cecchettin non ha mai nascosto di credere nella giustizia riparativa come strumento civile, capace di accompagnare chi ha commesso un reato verso una consapevolezza autentica e, in certi casi, verso un reinserimento nella società. Ma, per lui, non può diventare un modo per chiedere sconti di pena.
“Credo in questo strumento – ha spiegato – ma dev’essere un percorso che parte dall’autoconsapevolezza, passa attraverso le scuse, e arriva, eventualmente, alla richiesta di perdono. Nel caso di Turetta questo processo non è mai iniziato. Oggi, a ridosso dell’appello, mi sembra troppo tardi.”
Per Gino Checchettin, parlare di pentimento significa prima di tutto riconoscere la gravità di ciò che è stato fatto. Senza quell’assunzione di responsabilità, ogni parola rischia di diventare vuota. “Le scuse non sono mai arrivate – ha ricordato –. La consapevolezza del male compiuto è l’unico punto di partenza. Solo da lì possono nascere le scuse, e in seguito la richiesta di perdono. Ma non si può parlare di giustizia riparativa se non c’è stato nemmeno l’inizio di questo cammino.”
Tra fiducia nella giustizia e dolore personale
Nonostante il peso della tragedia che lo ha colpito, Cecchettin continua a dimostrare una fiducia nel sistema giudiziario italiano che sorprende per la sua forza. “Sono stato più volte in carcere – ha raccontato – e ho visto con i miei occhi detenuti che hanno intrapreso questo percorso di consapevolezza e cambiamento. È uno strumento importante, ma deve essere autentico. Non può ridursi a una retorica utile soltanto a ottenere una pena più mite.”
Mentre l’appello si avvicina, Gino Cecchettin è sempre più convinto che i giudici faranno il loro lavoro. Non nasconde però la sua amarezza per l’assenza, finora, di un vero segnale da parte di Turetta. Il tempo, dice, sembra ormai scaduto: “Può sempre iniziare un percorso personale, ma per il processo d’appello è troppo tardi.”
Le sue parole sono il contributo lucido di un cittadino che, nel dolore, cerca ancora di indicare un modo per rendere la giustizia più ‘giusta’.
Last modified: Settembre 20, 2025


